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Intelligenza Artificiale e Accessibilità Culturale

  • Mar 16, 2026

Intelligenza Artificiale e Accessibilità Culturale

Il tema dell’accessibilità è oggi uno dei punti focali del dibattito sul futuro dei musei e dei luoghi della cultura.

Per chi progetta cultura digitale, accessibilità vuol dire dare la possibilità a persone con esperienze, competenze e abilità differenti di entrare in relazione con il patrimonio culturale secondo registri comunicativi multipli, idonei per diversi pubblici.

È di questo, e di come l’intelligenza artificiale possa essere strumento di una progettazione culturale consapevole, che abbiamo discusso lo scorso 5 marzo in occasione della Winter School AI-MCE: “Methodological Approaches to AI for Education, Resilience and Sustainable Societies”, promossa dalla Scuola Superiore di Catania ed organizzata dal Dipartimento di Scienze della Formazione e dal Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali.

Per chi lavora nei musei o si occupa di politiche culturali, il tema dell’accessibilità culturale si innesta nella fase di progettazione museale, poiché riguarda l’includere o l’escludere.

Il rischio inconsapevole è decidere che esistano pubblici più o meno legittimati a fruire in maniera completa e consapevole un’esperienza culturale.

La visione che in Hi.Stories portiamo avanti nel nostro approccio alla progettazione di servizi tecnologici per i musei è legata al concetto di accessibilità sociale, che nasce quando si considerano le diverse declinazioni dell’accessibilità: fisica, cognitiva, linguistica, informativa e digitale.

Si  tratta di pensare ai musei come spazi in cui nessuna persona resta indietro ma ciascuna ha a disposizione un registro comunicativo attraverso cui entrare in relazione col patrimonio.

È in questo contesto che si inserisce il concetto di Museo 4.0, inteso come luogo generativo di esperienze. Chi visita, infatti, non riceve contenuti, ma co-crea il percorso di visita scegliendo i tempi, le modalità, i temi ed il livello di approfondimento dell’esperienza.

Per rendere possibile ciò, è necessario ragionare su più elementi:

  • la pluralità dei registri comunicativi;
  • la riduzione delle barriere sensoriali e cognitive;
  • la sostenibilità nel tempo delle soluzioni proposte. 

Considerati questi fattori, entra in gioco la tecnologia e l’intelligenza artificiale, che può supportare diversi aspetti dell’accesso ai contenuti culturali.

Un primo ambito riguarda il linguaggio. I modelli linguistici permettono di generare traduzioni multilingue, adattare testi a diversi livelli di complessità o produrre versioni semplificate per pubblici con bisogni specifici.

Il secondo attiene alla multimodalità. Lo stesso contenuto può essere trasformato in testo, audioguida, sottotitoli per video o script per contenuti multimediali, con attenzione all’accessibilità degli strumenti in uso. Non progettare interfacce inclusive o prodotti funzionanti anche in condizioni di connettività limitata determina l’esclusione tecnica dagli strumenti di fruizione.

Entrambe le dimensioni aprono alla personalizzazione dell’esperienza, sia nella fase di pre-visita sia durante la visita stessa, con chatbot e guide digitali capaci di adattare la narrazione agli interessi di chi visita, suggerendo approfondimenti o contenuti alternativi anche in tempo reale.

Si tratta di soluzioni che permettono di costruire esperienze inclusive, ma che richiedono anche un’attenta gestione dei dati sensibili, nel rispetto delle normative vigenti.

Chi si occupa della tutela e della valorizzazione della cultura, però, deve sempre tenere a mente che l’intelligenza artificiale non è uno strumento neutro e, per questo, richiede strumenti di governo.

A volte, tendiamo a credere che le risposte ai nostri prompt fornite dall’intelligenza artificiale siano veritiere e certe, sottovalutando il fatto che i modelli linguistici sono addestrati su enormi corpus di contenuti informativi digitali che riflettono gli squilibri nell’accesso alla produzione di conoscenza digitalizzata. Nel nostro approccio all’AI, dobbiamo tenere conto sempre che molti sistemi hanno una maggior disponibilità di dati in lingue dominanti e contesti culturalmente più rappresentati.

Nel campo del patrimonio culturale, questo può tradursi in interpretazioni sbilanciate e nella maggiore centralità attribuita a narrazioni culturali, punti di vista e categorie interpretative più presenti nei corpus di addestramento dei modelli.

Chi si occupa della curatela museale, deve essere consapevole di dover applicare un controllo editoriale costante sullo strumento, perché i bias dei modelli linguistici sono strutturali e non possono essere efficacemente eliminati solo tramite prompt o istruzioni esterne.

É lo stesso ruolo dei musei, che consiste nel preservare e trasmettere la memoria alle generazioni future, che impone la responsabilità del non sottrarsi ad una condizione di giudizio critico costante rispetto al modo in cui poniamo le domande al modello ed alle risposte che produce.

In questa prospettiva, in cui la responsabilità umana resta centrale, l’AI non può sostituire il ruolo umano nella progettazione culturale, ma è uno strumento da governare con competenza, responsabilità etica e visione critica.

Per concludere, l’accessibilità culturale, in questo scenario, coincide con la capacità di progettare strumenti che ampliano realmente le possibilità di accesso alla cultura, senza appiattire la complessità dei patrimoni culturali e senza amplificare nuove forme di esclusione.

Per questo, parlare oggi di intelligenza artificiale e accessibilità culturale significa interrogarsi non tanto su cosa può far la tecnologia, ma su come scegliamo di usarla, per chi la progettiamo e quale idea di museo, di cultura, ma soprattutto di società intendiamo costruire.